Tre personaggi principali, protagonisti delle tre storie che s’intrecciano tra loro, avendo come unico comun denominatore uno strano arco comparso dal nulla. La narrazione si sviluppa ad un ritmo serrato e conduce il lettore lontano, in luoghi inaspettati e situazioni fuori dall’ordinario. Un racconto fantastico, velato di mistero…

The GapwalkersPatrick si tolse lo zaino dalle spalle e lo posò a terra, poi fece un passo in dietro per esaminare con attenzione la costruzione.
Si trattava di un arco composto da blocchi di pietra piuttosto massicci e stranamente levigati.
Non c’era nient’altro. Era un arco eretto nel mezzo della boscaglia.
Ma che ci faceva lì? Non aveva alcun utilizzo, non permetteva l’accesso in nessun posto, dunque chi lo aveva costruito e perché?

Si avvicinò notando che sulla colonna di destra vi era un’incisione, assomigliava ad un trill, ma risultava più complesso di quelli che aveva visto in precedenza.
Quella figura lo incuriosiva, così vi appoggiò la mano.

Giosy era a cavallo nella prateria. Quella mattina suo padre l’aveva spedita a sorvegliare il gregge senza troppe cerimonie.
Non era un uomo affettuoso ed era meglio non contraddirlo, soprattutto quando si svegliava con la bocca impastata e i postumi di una bella sbornia. Per fortuna l’estate era ormai agli sgoccioli e tra un paio di settimane sarebbe ripartita per il collegio, lontano da lui, al sicuro.
Così l’aveva assecondato cavalcando sino alla spianata contenuta tra due colline, ma qualcosa non andava.
Il gregge era inquieto e nonostante tutti i suoi sforzi non c’era verso di farlo pascolare tranquillo; gli animali volevano allontanarsi dalla piccola prateria ed i cani ululavano senza sosta in direzione del bosco a ridosso della cresta.
Giosy pensò all’arrivo di un terremoto ma era insolito che gli animali dirigessero la loro ansia verso un punto preciso.
Cosa stava accadendo da quelle parti?
Voleva scoprirlo.

Lasciò le pecore e spronò il cavallo verso la parte alta. Non aveva una direzione precisa, iniziò semplicemente a salire puntando a nord-est.
Ci vollero alcuni minuti e quando fu nei pressi del bosco, sentì una sorta di vibrazione, come un basso ronzio simile a quello che potevano emettere  migliaia di api. Era questo che gli animali sentivano  a distanza?  Imboccò il sentiero che portava alla fattoria dei Cook.
Quando fu a metà strada, sentì il rumore aumentare,  abbandonò la pista battuta e lo seguì svoltando a sinistra. Ci volle poco.
Dinanzi a lei comparve un piccolo rudere a forma di arco.

Le colonne erano formate da pietre scure e lisce, mentre la parte alta era un unico blocco di pietra bianca.
Le ricordava le volte della cattedrale, ma sorgeva nel nulla ed intorno non vi erano i resti di una chiesa o di un qualsiasi altro edificio.
Il rumore veniva da quelle pietre, sembravano tremare. Giosy era stupita, conosceva quella zona come il palmo della sua mano, ma non aveva mai visto quella costruzione.
Smontò da cavallo e si avvicinò; sulla colonna di destra, all’altezza degli occhi, vi era un’incisione.
La sfiorò con la mano, ma la ritrasse bruscamente; il lieve contatto fece aumentare il rumore che divenne insopportabile ed il terreno iniziò a tremarle sotto i piedi.


Anna non era di certo un tipo avventuroso, anzi. Il suo ideale di divertimento era spettegolare messaggiando per ore, meglio se sotto le coperte al calduccio, con la musica preferita in sottofondo.
Non era stupida, ma non le interessava prendersela più di tanto per qualcosa che non fosse strettamente indispensabile.
Purtroppo sua madre non la pensava come lei. Era una psichiatra di successo, super organizzata, che aveva programmato la vita di tutti nei minimi particolari. Perciò “non poteva abbandonare sua figlia a quell’indolenza cronicoadolescenziale”, così le aveva detto imbarcandola sul pullman.
Quindici giorni in campeggio WWF, che pizza! In mezzo ad un branco di imbecilli che smaniavano all’idea di arrampicarsi e puzzare come capre.
Ma questa volta non aveva avuto scelta, l’alternativa sarebbe stata essere privata di tutti i mezzi di comunicazione per l’intera estate.
Meglio soffrire qualche giorno che tre interi mesi.

Il viaggio era stato veloce ed indolore, il cellulare l’aveva accompagnata fino a pochi chilometri dall’arrivo, poi il segnale era svanito. Nessuna tacchetta a disposizione.
Così, scesa dal pullman, si era registrata e aveva preso il suo posto in baracca.
Steso il saccoletto sulla brandina aveva cominciato a guardarsi intorno; c’era più di un’ora prima dell’adunata.
Con il cellulare in mano, si era spostata alla ricerca del segnale.
Aveva camminato senza rendersi conto, seguendo quella flebile tacchetta che compariva a singhiozzi.

D’un tratto la ricezione ebbe un’impennata ed aumentava ancora proseguendo verso sinistra.
Seguì la scia del campo magnetico per qualche metro restando con gli occhi incollati sul display poi, di colpo si arrestò.
Aveva rischiato di scontrarsi con quella strana costruzione che le si parava innanzi.
Era un arco fatto di pietra.
Non aveva idea di dove fosse, mise il cellulare in tasca ed iniziò a scrutare la costruzione con interesse.
Che diavolo era? Facevano forse degli strani riti i tipi del WWF?


Patrick in realtà non ebbe abbastanza tempo.
Appena il palmo della sua mano sfiorò l’incisione, la struttura iniziò a tremare e all’interno dell’arco si formò una luce molto intensa che lo risucchiò letteralmente.
Tentò di schivare la traiettoria del fascio luminoso ma era assolutamente troppo veloce per qualsiasi essere umano. Perse i sensi.
Quando rinvenne si ritrovò a galleggiare nel vuoto, sospeso e molto distante dal suolo.

Lo strano terremoto anticipò solo di pochi istanti un fascio di luce. Giosy sgranò gli occhi per lo stupore mentre veniva risucchiata all’interno dell’arco.
Lo shock fu così forte che perse conoscenza.
Quando si riebbe, si ritrovò sdraiata a terra sul lastricato di un’enorme piazza deserta.

Quando l’arco la risucchiò, Anna non svenne.
Fu come ritrovarsi in un’enorme lavatrice nella fase della centrifuga, per poi essere sputata fuori dal portello mentre il cestello stava ancora girando.
Non sapeva esattamente come, ma di fatto era atterrata su di una spiaggia. L’arco era scomparso.


Giosy si alzò lentamente dal lastricato. Ovunque fosse, non si trovava in nessuno dei luoghi conosciuti.
Alzando lo sguardo vide un altissimo colonnato di marmo rosso che sorreggeva una struttura ottagonale, formata da 8 volte di perfetto marmo rosa.
La piazza in cui si trovava, aveva il pavimento dello stesso marmo rosso delle colonne e ai lati vi erano degli archi enormi che conducevano ad alcune costruzioni dalle misure altrettanto sconsiderate.
Tutto era ordinato, elegante e lucido, ma la sensazione era inquietante; non vi era un solo rumore e ogni cosa risultava asettica e priva di vita. Non c’era una pianta, non si sentiva il fruscio del vento, era tutto immobile e silente.
Come diavolo era finita lì?
S’incamminò lungo la piazza; l’unico rumore era quello emesso dai suoi piedi che calpestavano il lastricato…

 …continua

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