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La regina Alfair corse verso il pozzo.
Dalle profondità umide giungeva un grido; non era né chiaro né comprensibile.
Sembrava carico dell’oscura e melmosa densità del fondo, ma non poteva esimersi dall’aiutare il proprietario di quella voce che come un magnete l’attirava, corpo e mente.
Sciolse il secchio di legno e buttò la cima senza vedere.

Quando la corda si tese, seppe che era giunta a destinazione, allora, forzando sulla manovella, cominciò ad avvolgere.
Ogni giro richiedeva più forza e sebbene non ne possedesse tanta, la sua mente era catturata dal proprietario di quegli spasmi che la obbligava a continuare.

Alfair spinse ancora, fin quando due mani bagnate, bianche di freddo, si aggrapparono al bordo del pozzo ed egli apparve, fradicio, gelato fin dentro l’anima.

Gli occhi erano quelli di un uomo terrorizzato, violato.
Scavalcò il muro del pozzo ed un istante prima di perdere i sensi, guardò la regina fisso negli occhi; i suoi pensieri le risuonarono nella mente: “Chi sei? Che cosa vuoi farmi?”
Ma non vi fu risposta. L’uomo svenne.

Alfair rimase immobile, ancora incapace di formulare un pensiero ordinato.

La voce mentale si era dissolta, risucchiata dal niente da cui era giunta.

L’uomo se ne stava scomposto tra i resti della neve e i primi ciuffi d’erba; così bagnato sarebbe morto assiderato.
La regina si fece forza; lo straniero era comunque una creatura bisognosa di aiuto.

Emise il suo richiamo ed il suono acuto invase l’aria. In meno di un istante due uomini erano al suo fianco, pronti a difenderla.
Stavano per avventarsi sulla sagoma priva di sensi ma Alfair li fermò; l’aiuto era proprio per lui.
Lo raccolsero da terra e si trasferirono all’interno del palazzo.

Mentre lo spogliavano per metterlo a letto, l’uomo fu di nuovo presente a se stesso e si divincolò per sfuggire alla presa dei servitori.
Alfair ne avvertì la coscienza spaventata ma non era da loro che stava fuggendo.

Durò pochi istanti poi il buio, lo rapì nuovamente….