Tutti hanno dei segreti. Nicole ne custodisce uno straordinario, tramandato alle donne della famiglia da sette generazioni. E’ un segreto antico, nascosto tra gli alberi della radura de le petit rouge-gorge. Nel racconto delicato e profondo, a tratti sussurrato, Emma descrive la sua scoperta, rivelando, passo dopo passo, il segreto dell’antica stirpe di custodi.

Odd-HartLe petit rouge-gorge; “il piccolo pettirosso” non era un uccello.
A dispetto del nome, era una casa di campagna, bianca, a due piani, con il tetto di un vistoso rosso acceso.
Forse per questo era stata soprannominata così; una casa vicino ad un bosco, alla fine di una piccola strada di sassi.
Niente città, niente cinema, niente centri commerciali. Niente.
Questo vedevo, in quella mattina di fine agosto, ferma nel centro del cortile, con lo zainetto in spalla ed un mucchio di valigie vicino ai piedi. Avevo 12 anni, i capelli fulvi ed ero appena arrivata.

Chi era l’autore del racconto? Tornò al plico alla ricerca del mittente, ma non vi era indicato nulla. Come era arrivato? Allora sbirciò nel computer, alla ricerca dell’e-mail di presentazione e vide l’indirizzo: emma@hotmail.com.
Emma… pensò.

Ehilà”, l’uomo che mi venne incontro doveva essere uscito dalla stalla. Era piuttosto corpulento con la faccia lunga, i capelli bianchi e qualche filo di paglia ancora attaccato alla tuta verde da lavoro.
“Tu devi essere Emma”.
L’accento era marcato, ma per me che ero nata nella città di confine, era semplice comprendere entrambe le lingue.

L’uomo alzò lo sguardo verso la strada e corrucciò la fronte, “ma ti hanno mandata da sola?”
Senza attendere la risposta, bofonchiò qualche parolaccia, quindi si pulì la mano sulla tuta e me la porse.
“Sono Pirot”.
Contraccambiai il saluto e la sua grossa mano avvolse la mia. Poi mi sorrise con calore.
“Andiamo, tua nonna è in casa”.
Si caricò buona parte delle valigie facendo strada verso l’ingresso.
La chiave era sulla porta, Pirot si pulì le scarpe sul tappetino, aprì e con aria familiare chiamò la padrona di casa.
“Nicole! E’ arrivata!”
Nicole era la mia nonna paterna e dopo l’incidente il parente più prossimo ancora in vita.
Non l’avevo mai vista e, fino ad una settimana prima, non sapevo della sua esistenza, né lei della mia.

I leggeri scricchiolii provenienti dal piano di sopra mi fecero alzare la testa.
Madame Nicole apparve sul pianerottolo in cima alle scale.

Era una donna piuttosto alta, con i capelli di un castagno rossiccio appena spruzzati di grigio e raccolti in un morbido chignon.
I nostri sguardi s’incrociarono. I lineamenti di Nicole erano severi, ma con stupore riconobbi dei tratti molto somiglianti ai miei.
Anche il colore degli occhi, il naso dritto e lo sguardo profondo, rivelavano che, a dispetto del tempo e della lontananza, ero la sua erede.
Lei terminò di scendere le scale e si fermò a pochi passi da me.

“Sono felice del tuo arrivo”, disse semplicemente porgendo la mano in avanti, “vieni, ti mostro la tua nuova casa”.
Esitai un istante prima di accettare.
Lì tutto era nuovo e anche se quella signora era mia nonna, di fatto era una sconosciuta.
Passò qualche secondo, poi misi la mano nella sua e la seguii nella perlustrazione.

Il cuore della casa era una grande cucina con un pesante tavolo di legno che poteva ospitare più di dieci persone.
Il camino antico con la mensola in pietra era abbastanza ampio da contenere un bel tronco.
Era molto diverso dai moderni caminetti di città e dava la sensazione di aver scaldato ben più di una generazione.
A fianco della cucina vi era il soggiorno ed un piccolo bagno ad uso lavanderia.
Le scale salivano al piano superiore partendo dirimpetto alla porta d’ingresso.
Superato il pianerottolo, vi era un piccolo corridoio da cui si accedeva a tre stanze da letto, un bagno ed un ripostiglio per la biancheria.
Tra la mia camera e quella di Nicole posta in fondo, c’era tutto il resto.

“Ti ho sistemata qui perché lungo questo muro corre la canna di sfiuto del camino”, disse sfiorando la parete a destra della porta, “tra non molto farà freddo e ho pensato che il suo calore ti avrebbe fatto piacere”.
Ma quelle parole risultarono alle mie orecchie come un’eco lontana; tutta la mia attenzione era catturata
dalla finestra che si apriva sul tetto rosso.
Da quella altezza si poteva ammirare il magnifico bosco.
Non avevo mai visto una composizione di piante così ordinata; sembrava creata con uno strumento geometrico.
Cinque grossi alberi erano disposti in un cerchio perfetto, all’esterno vi era il bosco fitto ed all’interno una piccola radura.

Per qualche istante, ero stata letteralmente rapita e quando riportai l’attenzione nella stanza, mi accorsi che a Nicole non era sfuggito né lo sguardo, né il mio momento di assenza ed un sorriso enigmatico le era spuntato sulle labbra.

…continua

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