Una tempesta trascina il giovane vichingo tra i flutti,
ma nonostante la furia del mare,
Haakon sopravvive e fa naufragio in una terra straniera.
Così inizia il suo lungo viaggio, ricco di esperienze ed incontri inaspettati, tutti gli ingredienti di un’avventura straordinaria…

HaakonMentre la vela si gonfiava a dismisura e un’onda impetuosa aggrediva lo scafo, Haakon, traballando sulle tavole di legno, non si dava pace.
Gli spruzzi gelati lo raggiungevano bagnando la casacca di pelle.
Il freddo era intenso anche per un giovane vichingo come lui.
Era il primo viaggio; aveva appena superato la fanciullezza.
Fino al giorno prima era stato libero tra i fiordi della Norvegia, correndo con i suoi amici, cavalcando i pony, sciando e pattinando sul ghiaccio dei laghi.

Ma ora era cresciuto. La partenza lo aveva sradicato dalla sua terra, dalla famiglia, da tutto ciò che sino ad allora era stata la casa.
Oltre a suo padre aveva portato con sé soltanto Ufhus: il  gatto.
Era un tipico gatto norvegese, con il pelo lungo e gli occhi verdi ed era normale per un vichingo portarselo dietro.
Per Haakon quell’ammasso di pelo puzzolente rappresentava la casa ed il calore del fuoco.

Per questo non riusciva a darsi pace. Ufhus era sparito dalla mattina.

Non era nella sua branda come al solito, non lo aveva trovato nella stiva a rincorrere qualche topo e a rendere la situazione ancor più gravosa, c’era il mare.
Era così agitato che le onde sormontavano le vele con la loro altezza.
La nave ondeggiava costantemente mentre gli uomini tentavano di governarla, ma Haakon era ancora troppo inesperto per aiutarli in una situazione così pericolosa.

Era spaventato e avere vicino Ufhus gli avrebbe dato un po’ di sicurezza.
“Haakon”, la voce impetuosa di Grohjon lo raggiunse sovrastando il rumore del mare.
“Sono qui”, rispose tremando di freddo.
Il grosso vichingo dai baffi rossi lo intravide nel dondolio della tempesta. Si avvicinò ed afferrò Haakon per la cinta, sollevandolo, prima di infilarsi sottocoperta.

Una volta all’interno della nave gli impartì degli ordini severi.
“Non muoverti di qui, stiamo imbarcando acqua. Prendi tutto ciò che trovi e cerca di ributtarla fuori, ma per nessun motivo devi uscire sul ponte; le onde sono troppo forti, potresti finire in mare.”
Detto questo uscì di gran fuga; la situazione era tutt’altro che tranquilla.

Haakon raccolse da terra una grossa ciotola di legno con cui poteva fare ben poco, ma non trovava niente di meglio nel buio umido della nave.
Procedeva a tentoni; tutte le lampade erano state spente per paura di far scoppiare un incendio, così la poca luce proveniva dai fulmini che, a ritmo incessante, squarciavano il cielo.
Haakon si chinò sul fondo e utilizzando la ciotola cominciò a buttare l’acqua fuori coperta ma, per ogni dieci ciotole lanciate, giungeva un’ondata che ributtava all’interno della nave una quantità d’acqua maggiore di quella espulsa, vanificando il lavoro.

Ciononostante non si diede per vinto, continuò a buttare fuori acqua, fin quando, stanco ed infreddolito, si fermò per un istante e si rese conto che era completamente zuppo.
Il freddo umido cominciò a penetrargli nelle ossa provocando forti brividi.

La situazione peggiorava di minuto in minuto.

Haakon aveva paura, tanta paura.

Quando si rese conto di quello che stava avvenendo, era tardi. Un’ondata più forte entrò violentemente sottocoperta.
La nave si appoggiò su di un fianco travolta dalla furia del mare.
Haakon perse l’equilibrio e, in men che non si dica, si ritrovò a lottare contro il risucchio dell’acqua che lo trascinava con forza nel mare ululante.

Cercò di aggrapparsi a tutto quello che incontrava, ma qualsiasi presa gli sfuggiva tra le mani e la corsa verso il mare scuro continuava.
Quando l’acqua lo catapultò sul ponte, suo padre lo vide.
Si era legato alla nave per non essere spazzato via, ma non poté nulla contro la furia che aveva avvinghiato Haakon.
Fu un istante. L’acqua gelata lo ricoprì fin sopra la testa bionda, era in mare, lontano dalla nave.

Tra le onde enormi vide la prua ondeggiare prima di sparire alla vista.
Per non affogare si aggrappò ad un grosso tronco; doveva essere una parte dell’albero maestro che il mare aveva sradicato dalla nave.
Cercò si legarvisi come aveva visto fare da suo padre.
Avrebbe voluto piangere, ma sprecare anche un solo briciolo di forza significava morire.

Rimase così, con le onde che lo sballottavano e l’acqua gelata che gli ricopriva ritmicamente la testa.
L’ultima cosa che vide fu il cielo squarciato da un enorme fulmine.
Poi perse i sensi e fu tutto buio.

Quando rinvenne era giorno. La corda lo aveva trattenuto al tronco.
Stava galleggiando. Gli doleva la testa e il corpo era gelato, incapace di qualsiasi movimento.
Non vedeva bene: era tutto offuscato, annebbiato. Sentiva soltanto un dolore lancinante provenire da una gamba.

Prima di perdere nuovamente i sensi, intravide la sagoma di qualcosa che si muoveva nell’acqua e che si avvicinava velocemente…

…continua

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