Category: Catalogo eBook

Wanda e la piccola ape – Fiabe eBook

Raccolta Fiabe
Il Grande Volo – L’avventura della formica Lucrezia – Wanda e la piccola ape –


FiabeC’è una montagna molto grande, con tanti boschi e vette innevate. In quel posto vivono degli orsi con la pelliccia scura.
Sono grandi e forti; pescano il pesce dei fiumi e in inverno dormono un sonno lunghissimo che si chiama letargo.

Uno dei questi orsi, anzi, una di queste orse, si chiama Wanda.

La mattina di cui raccontiamo, Wanda stava tranquillamente distesa sotto il caldo sole di montagna.
C’era ancora un po’ di neve sulle cime, ma l’aria profumata diceva che la primavera era giunta.
Dunque, mentre Wanda se ne stava distesa, con il sole che le accarezzava la pancia, una piccola ape le si posò sul naso.

Wanda apri immediatamente gli occhi.

La piccola ape era quasi svenuta sul grosso naso di Wanda e nonostante fosse così piccola e sfinita, Wanda ne aveva moltissima paura.
Questo perché il naso degli orsi è molto morbido e se un’ape li ferisce con il pungiglione proprio lì, provano un dolore immenso.

Così Wanda rimase immobile sperando che l’ape riprendesse a volare.
Ma la piccola ape era talmente stanca, che poggiando la testolina gialla e nera sul morbido naso dell’orsa, si addormentò.

Wanda sentì un leggero rumore provenire dall’ape. Faceva: “Zzzzz, zzzzz, zzzzz.”
Accipicchia, pensò Wanda, si è addormentata!
Passò un po’ di tempo. L’ape dormiva e Wanda aveva sempre più paura.

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Un nido blu – Racconti eBook

Un grande drago blu vive su una montagna,
a ridosso di un piccolo regno.
Tutti lo temeno, tutti tranne il re e la regina…

NidoFlap, flap, flap. Battendo le ali, l’enorme drago blu si posò sul nido. Aveva la pelle liscia come quella di un pesce, ma anziché nuotare nell’acqua, volava nell’aria.
Era grande quel drago e faceva paura agli abitanti del villaggio posto ai piedi della montagna.

Nessuno lo aveva mai visto attaccare, ma sapevano che era un animale feroce.
Tutti volevano cacciare ed uccidere quella creatura così potente e spaventosa, tutti tranne il re e la regina; soltanto loro non volevano farle alcun male.
Quella mattina, benché fosse pieno inverno, mastro Nicolas attraversò la vallata piena di neve e giunse a palazzo.
Entrando, scorse sul fondo della grande sala, il sovrano seduto sull’imponente sedia posta vicino al camino spento e udì alcune voci.
“Ah che freddata! Speriamo che questa influenza passi presto”, disse il re con voce roca.

“Lo spero, ma nel frattempo sarà bene accendere i fuochi e scaldare la sala, si gela qui!!”.

Così dicendo la regina andò a cercare aiuto per accendere i caminetti.
Il re aveva indosso un grosso mantello di pelliccia che, almeno in parte, lo riparava dal freddo polare.
Mentre continuava a tossire e starnutire, la regina aveva provveduto a far accendere i fuochi che avrebbero riscaldato l’enorme stanza.
Mastro Nicolas, che silenziosamente si era avvicinato, decise di far notare la propria presenza.

“Buon giorno re, buon giorno regina”.

“Buon giorno mastro Nicolas! Venite, sedetevi accanto a noi qui davanti al camino, faremo colazione insieme mentre ci raccontate qual buon vento vi porta al castello”.

L’uomo accolse di buon grado l’ospitalità del re, quindi prese uno sgabello e si sedette dinanzi al fuoco acceso.
Nel frattempo i servitori arrivarono con il latte caldo, delle focacce e la composta di frutta.
Bevvero e mangiarono di buon gusto, poi il re chiese il motivo della visita.
Mastro Nicolas fece un gran respiro, prese coraggio e cominciò a parlare.

“Re, Regina, come sapete sulla nostra montagna vive un drago e per di più insolito. Ne ho visti altri, ma è la prima volta che ne vedo uno blu.

Tra l’altro le sue ali sono particolarmente grandi ed è più simile ad un uccello che ad un rettile”.

 Mastro Nicolas fece una pausa prima di continuare.

“Benché nessuno abbia mai visto il drago attaccare o nuocere a persone o animali, tutti sanno qual è la sua natura, pertanto gli abitanti del villaggio ne sono molto spaventati e vogliono che venga cacciato via”.

Il re fece un lungo sospiro a cui seguì un colpo di tosse.

“Mastro Nicolas, sapete bene come la pensiamo a tal riguardo io e la regina. Il drago non è una minaccia né per gli uomini, né per gli animali. Esso si nutre del pesce che pesca lontano da qui, nel mare d’occidente. Quel mare è distante una settimana di cammino per un uomo, ma per il drago, con le grandi ali, sono pochi minuti. Dunque, non è una minaccia e oltre a questo, fa buona guardia sull’intero regno dissuadendo i nostri nemici dall’attaccarci. Secondo voi dovrei cacciare una creatura da cui traggo solo beneficio per l’ignoranza e la superstizione del popolo?”

Mastro Nicolas abbassò la testa e la scosse in senso di diniego.

“Ma… non comprendete le paure degli abitanti, maestà”.
Quali paure mastro Nicholas?”

“Ogni giorno, al levare del sole, essi alzano gli occhi al cielo, guardano la montagna e vedono quell’enorme massa blu. Ogni sera, prima di rincasare, alzano gli occhi al cielo, guardano la montagna e vedono che il drago è fuori a caccia e si domandano quale sarà la notte in cui prenderà la loro famiglia. Questo è ciò che non comprendete”.

Questa volta fu la Regina a rispondere a mastro Nicolas.
“Ascoltate, so bene che la presenza del drago possa sembrare inquietante, ma con un po’ di pazienza e di attenzione, credo sia possibile far si che il popolo comprenda la mite natura di quest’essere, così da non temerlo più”.
“E come avreste intenzione di fare ciò che avete appena detto?”
La frase fu pronunciata dall’uomo con evidente ironia, ma la regina senza farsi scomporre dal quel sarcasmo rispose sicura.
“Innanzitutto facendo vedere al popolo come si nutre il drago, così che nessuno di loro tema più per la propria incolumità e per quella dei propri cari. Potremmo ad esempio far arrivare del pesce fresco e lasciare che il drago se ne cibi in presenza degli abitanti del villaggio”.
“Che scena disgustosa!”

La smorfia comparsa sul volto di mastro Nicolas fu molto più eloquente delle parole. Il re lo guardò intensamente.
“Mastro Nicolas, avete mai visto un drago di mare consumare il pasto?”
“No, ma ho visto quello che fanno i draghi agli agnelli e alle pecore ed è un immagine orribile!”
La regina sorrise prima di rispondere a quell’affermazione.
“E…, avete mai visto un pastore uccidere le proprie pecore?”
“Certamente, regina”.
“Ditemi dunque… ritenete quell’immagine piacevole?”
“Beh! Non piacevole, ma sono le sue pecore!”
“E questo rende la loro uccisione meno violenta?”
“Sì, cioè… no”.
La regina sorrise senza parlare. Il viso di mastro Nicolas mostrò la confusione che aveva in testa…

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La storia dello gnomo Kentyn – Racconti eBook

La Terra del Grande Fungo
La storia dello gnomo Kentyn – La storia della fata Maghrèt – La storia del nano Akil –
La storia dell’elfo Peszar

KentynQuesta storia inizia tanto, tanto tempo fa, quando gli uomini non erano ancora un popolo e gli gnomi erano già vecchi.
In quel tempo, lontanissimo da noi, vi era una landa chiamata la “Terra del Grande Fungo” in quanto, dalle montagne innevate, sino alle spiagge assolate, essa era ricchissima di grandi funghi dal cappello carnoso.

Ve n’erano di ogni varietà e gusto; porcini, ovoli, spugnole, gallinacci, chiodini, lattari che venivano preparati in tutte le salse.

Per gli gnomi i funghi sono un cibo prelibato e, pertanto, definire un luogo “La Terra del Grande Fungo” è per loro il posto più bello, ricco e affascinante che si possa sognare. E così era.

In quelle terre infatti avevano casa tutti gli gnomi che potevano permettersi di vivere in un posto così bello.
La Terra del Grande Fungo era una zona meravigliosa in cui le vacanze non smettevano mai, si mangiava magnificamente e gli gnomi erano piacevolmente rilassati.

Ogni loro desiderio era esaudito; potevano prendere il sole sulle spiagge setose, godersi i verdi boschi, scalare le grandi montagne o starsene in panciolle al fresco delle colline.
Insomma era proprio un paradiso!

Così Kentyn, che non era uno gnomo ricco, almeno sino ad allora, decise di ritiravisi. Aveva ormai raggiunto la veneranda età di 875 anni.
Durante la vita era stato un valido soldato e aveva combattuto per più di 400 anni nella famosa guerra contro gli orchi.
Si era distinto nella battaglia della Passo del diavolo e gli era stato conferito il “giglio bianco”; il più alto riconoscimento per uno gnomo guerriero.
Così, lasciato il 12° reggimento degli gnomi, era disceso dalle montagne e con l’oro ottenuto dal lungo servizio, era deciso ad acquistare una casetta.
Kentyn amava molto le dolci colline verdeggianti ed era uno dei pochi gnomi che preferiva il profumo dell’erba a quello del muschio di montagna.

Così intraprese il lungo cammino per giungere alle colline profumate di ulivi e di timo.
Ma durante il viaggio, dopo diversi giorni di marcia, si era imbattuto nella fata Nocciola regina di tutte le fate.
Era stata colpita da un incantesimo maligno; un cespuglio di rovi l’aveva catturata e non riusciva a muoversi.
Se non si fosse liberata al più presto, i raggi del sole l’avrebbero colpita con violenza e si sarebbe sciolta, come ogni fata dei boschi.

Così Kentyn, nonostante sapesse che era piuttosto imprudente avvicinarsi ad una fata disperata, sentì il cuore stringersi all’idea che la bellissima creatura perisse disciolta dai raggi del sole. Si avvicinò e, usando la spada magica, liberò Nocciola dall’intreccio infernale.

Appena sciolto il terribile incantesimo e cessato ogni pericolo, apparvero una manciata di fatine minori; le damigelle di Nocciola.
Kentyn cominciò a preoccuparsi perché, per uno gnomo, cadere preda degli incantesimi di un gruppo così folto di fate, era tutt’altro che piacevole.
Ma Nocciola lo tranquillizzò.
“Non preoccuparti, non hai di che temere. Dimmi il tuo nome così che io possa ringraziarti.”
Kentyn aspettò qualche istante e poi, titubante disse: “Sono Kentyn.”
“Kentyn…….”, fece la fata ripetendo il nome.
“Dimmi, di cosa posso farti dono per ricompensarti?”

A Kentyn non parve vero!
Gli s’illuminarono gli occhi e rispose tutto d’un fiato.
“Da quando era uno gnomo in fasce, ho sempre sognato di avere un sacchetto magico in cui mettere chiunque a mio volere; un sacchetto che nessun altra magia potesse contrastare, ma non è cosa che uno gnomo possa architettare!”
“Così sia!”, fece la fata senza lasciar passare neanche un secondo.
In un istante una bella sacchetta apparve alla cintola di Kentyn che fu subito entusiasta. Ma le altre fate non erano d’accordo!
Uno gnomo che aveva la possibilità di chiedere qualsiasi cosa alla regina delle fate, andava a chiederle un semplice sacchetto, tzè, che spreco!

Ma Kentyn era felice e per utilizzare il dono magico Nocciola gli diede una frase precisa che lo gnomo fissò bene nella mente…

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Alfred il guardiano delle oche – Racconti eBook

Questa storia racconta dell’avventura di Alfred e delle sue…particolari oche.
Una mattina, che sembrava come tutte le altre, un oscuro vortice soffiando a più non posso si abbatte sul villaggio spazzando via ogni casa e persona. Quando tutto sembra perduto, accade qualcosa di straordinario. Ofelia, l’oca Ofelia, inizia a parlare e con lei Bianchina, Grigetta, Lunetta, Geltrude e Grinilde.
Tutto si trasforma ed inizia per Alfred il fantastico viaggio che lo condurrà, assieme alle sue compagne piumate, in luoghi lontani per conquistare la bianca luce che rifulge…

AlfredIn una bella giornata di sole, con il cielo azzurro e l’aria leggera di primavera, c’era una volta Alfred che correva lungo le strade acciottolate del piccolo villaggio.
I suoi zoccoli di legno, picchiando sulla pietra grigia, facevano risuonare gli schiocchi lungo tutte le stradine.
Ad essi si univano i fischi ed i segnali che lanciava alle sue oche.
Ne aveva sette; tre bianche, una nera e tre grigie. Nel villaggio tutti conoscevano Alfred, il guardiano delle oche. A lui affidavano le loro bestiole affinché le portasse a spasso nella campagna circostante.

Alfred ne aveva molta cura e le trattava con estrema dolcezza. Parlava con loro, raccontava storie, recitava filastrocche e le oche stavano lì, con gli occhietti scuri e gli rispondevano con i loro versi. Dove Alfred andava le oche lo seguivano; erano inseparabili.
Lui era felice della vita di guardiano delle oche; giocava e cantava tutto il giorno, correva nei campi coperti di fiori ed erba in primavera e scivolava sul ghiaccio in inverno.
Agli altri quel lavoro non piaceva, ma a lui si.

 Quella mattina, come tutti gli altri giorni, Alfred stava facendo il solito giro per prendere tutte le oche dai rispettivi proprietari, quando nei pressi di un ponticello vide seduta una donna anziana con indosso degli stracci. Era tutta curva e vestita malamente; nessuno si fermava, neanche per darle un tozzo di pane, tanto era sporca e vecchia.
Ma Alfred andava oltre le apparenze perché era semplice e felice come le oche e possedeva soltanto un uovo, bianco e tondo.
Avrebbe dovuto portarlo al padrone dell’oca che lo aveva deposto, ma quella vecchina ne aveva più bisogno.
Così si avvicinò e mise l’uovo bianco nelle mani della donna.

Il viso rugoso si illuminò in un sorriso; le mancavano molti denti ed era veramente sudicia, ma ad Alfred non importò.
“Grazie figliolo”, disse la vecchina “vedrai, il cielo ti ripagherà per questo dono.”
Il giovane guardiano le sorrise: “Non preoccuparti vecchina e mi raccomando, mangialo ora che è fresco, ti darà forza; le uova delle mie oche sono le migliori.”
“Lo so Alfred, lo so.” Così dicendo, la vecchina si avvolse nel mantello e girando velocemente su di sé divenne un’oca bellissima e volò via.

Dal vortice cadde una piuma bianca e lucida.

Alfred rimase immobile come un baccalà, con la bocca aperta, incredulo di fronte a ciò che aveva appena visto.
Chi aveva il potere di trasformarsi in un’oca a suo piacimento e volare via? Quella giornata era iniziata in un modo proprio strano!

Ancora meravigliato, raccolse la piuma da terra; era morbida come un velluto e soffice come una nuvola. Guardò di nuovo nel cielo ma l’oca non c’era più, era scomparsa.
Che strano pensò e ancora confuso, con passo incerto, riprese il cammino. Arrivò a casa dell’ultima oca. L’oca nera lo attendeva sull’uscio.
Alfred emise il solito richiamo, ma quella non si mosse. Ripeté il suo fischio lungo e potente: “Fiiiiiuuuuu.”
L’oca si spostò e lentamente si accodò alle altre.
Alfred si diresse verso la campagna salterellando sugli zoccoli di legno ed era giunto all’ultimo ponticello, quando all’improvviso il cielo si fece scuro, scuro ed un vento gelido si mosse con grande forza. Allora Alfred, svelto, svelto seguì le oche al di sotto del ponticello per non essere spazzato via come una foglia.

La tempesta improvvisa si scatenò sul piccolo villaggio scoperchiando i tetti delle case e spazzando via tutto ciò che incontrava; un oscuro vortice risucchiava le persone, gli animali e le cose. Nel giro di pochi istanti tutto venne portato via, tutto tranne Alfred e le sue oche.
Il giovane guardiano era per la seconda volta a bocca aperta: un istante prima c’era la primavera e stava passeggiando con le sue oche, un istante dopo il villaggio non c’era più.
Alfred non sapeva che cosa fare, cosa pensare.

In quel momento Bianchina, la più piccolina delle sue oche, gli parlò. “Alfrred, usa la bianca piuma perr nasconderrti alla vista dell’oca nerra. Non è Nerrina è il Mago oscurro; è lui che ha distrrutto il villaggio e vuole prrenderre anche te.” Alfred era ancora più esterrefatto: era proprio Bianchina che gli aveva parlato! O stava sognando e non se ne era accorto, o era divenuto pazzo! Non ebbe il tempo di rendersene conto. L’oca nera che da pochi metri lo seguiva, d’improvviso, con una risata tonante divenne un uomo tutto vestito di nero.
“Ah ah ah ah! Adesso anche tu sarai mio!”
Così facendo aprì il mantello scuro, allargò le braccia e mosse le dita facendole roteare su se stesse.

Alfred sentì uno strattone che lo sollevò da terra; era come una morsa che lo stringeva forte, forte al collo sollevandolo e lanciandolo verso il vortice oscuro.
Che poteva fare?
Stava per essere risucchiato dentro quell’oscurità, quando Bianchina volandogli a fianco gli ripeté il messaggio.
“Alfrred, usa la bianca piuma, crredi nella sua magia, prresto!”

Alfred fece come gli era stato detto; strinse forte la piuma tra le dita e la alzò verso il cielo, credendo in essa.
Il Mago oscuro urlò rabbioso, come se la magia della piuma lo avesse ferito e colto di sorpresa.
“Ah! Questa volta te la sei cavata, ma presto tornerò e nessuna magia potrà salvarti ancora!”
In meno di un istante il vortice scomparve, il mago scomparve ed Alfred precipitò a terra stordito.
Non ebbe il tempo di capire altro, gettò uno sguardo fugace alle oche intorno a lui e svenne.

Era un vociare quello che sentiva? C’erano cinque, no, sei voci che parlottavano freneticamente.
“Dobbiamo chiamarrlo, non può rrimanerre qui tutta la notte.”
Gvà, come ze fosse facile sfegliarlo!”
“Tu proova a fischiare fooorte!”
“Fiiiiiuuuuuuh”

 Il suono acuto invase le orecchie di Alfred che ancora stordito aprì gli occhi.
Due occhietti scuri, sopra un becco arancione, lo fissavano. Alfred pensò per un istante che stava ancora sognando.
“Ehy, Alfhred, devi alzharti!”
Alfred si stropicciò gli occhi e si accorse di stringere ancora fra le dita la bianca piuma; allora non aveva sognato.
Il Mago oscuro, la vecchina, il vortice e le oche che parlavano, era tutto vero!

Guardò verso il villaggio: non c’era più niente; anche questo era vero.
“Dai Alfhred, non abbiamo tutta la notte!”
Era Ofelia che parlava…..l’oca Ofelia!
“Ma com’è possibile che tu parli?”
“Oh io parlo! Coshì come Bianchina, Grigetta, Lunetta, Geltrude e Grinilde.”
“Ma se voi parlate tutte, perché non mi avete mai detto niente?”

Grinilde si fece largo.
“Cverto! Adeso ci metiamo a parlare con kiungue!”
“Come con chiunque? Io sono Alfred!”
Ofelia fece una smorfia con il becco. “Alfhred, noi non posshiamo parlare con gli umani, chiunque shiano, a meno che non ce lo ordini la Regina delle oche.”
“La Regina delle oche?”
“Uhm uhm…”

Ofelia lo fissò con gli occhietti neri. Alfred capì che per qualche motivo la Regina delle oche non gli era sconosciuta.
Ma a lui non risultava di esser mai stato presentato a questa Signora.
Poi un pensiero gli illuminò la mente….la vecchina! Certo, doveva essere lei, chi altri! Spalancò la bocca come chi ha finalmente capito!
Ofelia non perse occasione. “Fhinalmente hai capito!”

La vocina sottile di Lunetta gli giunse a malapena.
Alfred, dobbiamo andarcene. Il potere della piuma non è illimitato. Il mago tornerà e non è il caso di farsi trovare….. qui.”
Alfred guardò Lunetta mentre cercava di recuperare gli zoccoli e disse: “Ma dove dobbiamo andare? Non ho più casa, non c’è nessuno.”
Grigetta allungò un’ala verso il cielo.
“Mmmmh! Dobbiamo andare di là. Laggiù, dove inizia il mare, finisce il regno del Mago oscuro e inizia quello della Regina delle oche. Lei ti spiegherà.”

 Alfred si mise in piedi.
Sospirò, si guardò alle spalle per l’ultima volta, quindi s’incamminò verso il mare con le sei oche lo seguivano trotterellando…

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Il bosco fatato – Racconti eBook

Jack ciliegia non avrebbe mai pensato in quella mattina di fine estate di avere un incontro così straordinario! Addirittura un elfo! In un’avventura fuori dal comune, tra barbe grige, alberi parlanti, fiori magici e piccole fate, Jack giungerà a corte per assistere al matrimonio tra Kaerden ed Adren…

Bosco FatatoIl bosco è una strana realtà. Non è solo grandi alberi e luce che filtra tra le foglie.
E’ una cosa viva, che profuma di muschio e in cui non si può entrare senza chiedere il permesso.

Quello di cui si parla in questa storia è proprio così e gli abitanti di quelle terre lontane, lo chiamavano “il bosco fatato.”
Nessuno osava entrarvi di notte e anche di giorno preferivano evitare, perché, tra le sue chiome, si nascondeva il cuore del regno degli elfi: era la loro casa e non amavano l’intrusione degli esseri umani.

Il primo giorno di settembre, come tutti gli anni, Jack ciliegia si stava recando al mercato per vendere il suo famoso sciroppo.
Jack era soprannominato “ciliegia” per via degli alberi che producevano le ciliegie più saporite della zona e da cui ogni autunno ricavava uno sciroppo prelibato.

Dunque, quella mattina di buon ora, Jack aveva caricato il carretto con tantissimi vasetti traboccanti di sciroppo e trainato da Gedeone, era partito alla volta del mercato.
Jack abitava in campagna, vicino ai ciliegi e per raggiungere il villaggio doveva attraversare un piccolo tratto di strada nel bosco.
Ma erano tanti anni che passava di lì e non aveva mai avuto paura.
Cosicché, fischiettando la canzoncina preferita, partì alla volta del mercato.

Mentre procedeva allegramente lungo il sentiero, Gedeone cominciò a sbuffare e a nitrire.
Jack rimase sorpreso. Gedeone non era mai stato un cavallo ribelle, tanto più ora che aveva perso la baldanza della giovinezza.

Ad ogni buon conto, Jack guardò intorno a sé, prima da un lato e poi dall’altro, per vedere se lo strano comportamento era dovuto alla presenza di qualche animale.

Per quanto si sforzò di guardare non vide niente di strano.
Bah! Pensò tra se e sé e proseguì sulla strada.
Dopo un breve tratto, giunse al piccolo ponte sotto cui scorrevano le allegre acque del ruscello.
Quando le ruote del carro toccarono i tronchi con cui era fatto il ponticello, vi fu un tonfo sordo che fece innervosire Gedeone e spaventare Jack.

Di sicuro avevano urtato qualche pietra, ma Jack non ricordava di aver visto ostacoli.
Gedeone sbuffò fortemente e Jack trattenne istintivamente le redini per impedire al cavallo di impennarsi.

“Gedeone!”, urlò al cavallo che scuotendo la testa rispose al richiamo del padrone.

“Ahi! Ahi! Povero me, povero me”. La vocina era poco più di un sibilo, ma raggiunse le orecchie di Jack.
“Chi si lamenta?”, disse ad alta voce, ma nessuno rispose.
“Chi è dunque che si lamenta?”, ripeté con tono deciso.
“Io! Brutto scimmione orbo.”

Jack guardò in direzione della vocina che proveniva da una delle ruote posteriori dove intravide una stoffa verde sbucare da una delle assi di legno, ma niente di più.
“Chi mi chiama scimmione orbo?”, disse scendendo dal carro e dirigendosi verso il fondo.

Quando fu all’altezza della grande ruota, vide un essere alto poco più di un bambino che indossava un cappellino verde da cui spuntavano delle lunghe orecchie.
Il viso era ovale e vi brillavano due occhi lunghi di un verde acceso come l’erba in primavera. Jack rimase esterrefatto, non aveva mai visto una creatura del genere!

Con gli occhi spalancati e la bocca aperta, lo fissò a lungo fin quando il piccolo essere non cominciò a lamentarsi nuovamente.
“Ahi! Ahi! Povero me. Povero me.”
La gamba era finita sotto la ruota e dal pantalone stracciato s’intravedeva la ferita. L’essere stringeva la gamba con tutte e due le mani.
Jack ebbe pena e si avvicinò, seppur con cautela.
Fece per guardare nello strappo e… vide che il sangue che usciva dalla ferita era verde!
Oh! Santo cielo! pensò tra sé Jack, che strana creatura è mai questa! E se fosse pericolosa?

“No, non sono pericoloso, di certo non quanto voi umani!”, rispose l’esserino leggendo i pensieri di Jack.
“Come… come fai a sapere che cosa stavo pensando?”
“Aiutami umano e te lo spiegherò!”

Jack liberò e sollevò con cura l’essere o le depose sul carro.
Quella ferita, benché fosse su di una gamba non umana, era proprio brutta! 

“Chi o cosa sei?”
Tenendosi la gamba con forza e con il viso contratto in una smorfia di dolore, l’esserino rispose.
“Sono Mik, l’elfo.”
“Sei… sei un vero elfo?”
“Beh… perché ne conosci di fasulli?”

Jack rimase male dinanzi al sarcasmo dell’elfo e questi glielo lesse nel pensiero.
“Scusami Jack, ma quest’incidente mi ha messo di cattivo umore. Di solito non sono così scortese.”
“Conosci anche il mio nome?”
“Certo!”

Jack appena ripresosi dallo scock, avrebbe voluto fare a Mik moltissime domande.
“Aspetta Jack, prima devi aiutarmi a medicare la ferita, credo che la gamba sia rotta. Innanzitutto ho bisogno dell’erba filospina, un po’ di rutrella e della corteccia di Grandalbero, per chiuderla. Poi mi serve della pietra di stella e un trito di fiori magici per aiutare l’osso a tornare come prima.”

Jack salì sul carro e guardò Mik senza sapere minimamente di quali erbe stesse parlando.
Anche lui le usava per curarsi, ma non conosceva proprio i nomi e le proprietà di quelle appena elencate.
“Non preoccuparti Jack. Dobbiamo entrare nel bosco e poi ti guiderò io dove possiamo trovare questi ingredienti.”
Così Jack diede a Gedeone il comando di muoversi.

Il cavallo partì senza molta convinzione: non aveva mai trasportato un elfo…

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La coraggiosa foglia ballerina – Fiabe eBook

Raccolta Fiabe vol. 2
Il tartarugo ignudo – Thobias il grillo innamorato – La coraggiosa foglia ballerina

Fiabe IINel mezzo di un vasto prato di montagna, c’era una grande quercia.
Stava lì da così tanto tempo che nessuno si ricordava più di quando era un giovane albero.
Da molti anni, ogni estate, gli abitanti del villaggio si mettevano sotto la sua ombra, al riparo dai raggi cocenti del sole di mezzodì.
E nonostante fossero in tanti a conoscere l’albero, nessuno sapeva però che tra i suoi rami vi fosse una foglia strana e con idee piuttosto bizzarre…

In basso, in un angolo della grossa chioma, c’era una volta una foglia di un bel verde brillante.
A prima vista non sembrava diversa dalle altre, ma guardando con più attenzione, quando il vento la dondolava dolcemente, la si vedeva piroettare e muoversi con una grazia straordinaria.
“Avanti!”, disse mamma foglia,“Smettila di fare tutte queste piroette! Non sei mica un uccello che si libra nel cielo!”
“Che cosa c’entra?”, rispose la piccola foglia.
“Forse solo gli uccelli possono muoversi con grazia al ritmo del vento?”
“Accompagnare il vento è un conto, ma farne il tuo unico pensiero è ben altro! Sei una foglia, il tuo compito è far respirare l’albero, proteggere gli uomini dal sole e dalla pioggia insieme a tutte le altre foglie. Puoi ascoltare il vento e lasciarti cullare dolcemente, ma non è questa la cosa più importante!”

La piccola foglia rimase in silenzio. D’altronde era pur sempre mamma foglia!
Ma in cuor suo era certa di avere un destino diverso da quello delle altre foglie; loro erano così ligie ai propri doveri che non potevano di certo domandarsi quali altre possibilità la vita potesse offrire. Erano foglie; che altro c’era da dire?

Ma per lei non era così.
E anche se non sapeva, ancora, cosa avrebbe fatto, era certa che la cosa più importante fosse ondeggiare dolcemente al ritmo del vento…

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Il viaggio di Haakon – Racconti eBook

Una tempesta trascina il giovane vichingo tra i flutti,
ma nonostante la furia del mare,
Haakon sopravvive e fa naufragio in una terra straniera.
Così inizia il suo lungo viaggio, ricco di esperienze ed incontri inaspettati, tutti gli ingredienti di un’avventura straordinaria…

HaakonMentre la vela si gonfiava a dismisura e un’onda impetuosa aggrediva lo scafo, Haakon, traballando sulle tavole di legno, non si dava pace.
Gli spruzzi gelati lo raggiungevano bagnando la casacca di pelle.
Il freddo era intenso anche per un giovane vichingo come lui.
Era il primo viaggio; aveva appena superato la fanciullezza.
Fino al giorno prima era stato libero tra i fiordi della Norvegia, correndo con i suoi amici, cavalcando i pony, sciando e pattinando sul ghiaccio dei laghi.

Ma ora era cresciuto. La partenza lo aveva sradicato dalla sua terra, dalla famiglia, da tutto ciò che sino ad allora era stata la casa.
Oltre a suo padre aveva portato con sé soltanto Ufhus: il  gatto.
Era un tipico gatto norvegese, con il pelo lungo e gli occhi verdi ed era normale per un vichingo portarselo dietro.
Per Haakon quell’ammasso di pelo puzzolente rappresentava la casa ed il calore del fuoco.

Per questo non riusciva a darsi pace. Ufhus era sparito dalla mattina.

Non era nella sua branda come al solito, non lo aveva trovato nella stiva a rincorrere qualche topo e a rendere la situazione ancor più gravosa, c’era il mare.
Era così agitato che le onde sormontavano le vele con la loro altezza.
La nave ondeggiava costantemente mentre gli uomini tentavano di governarla, ma Haakon era ancora troppo inesperto per aiutarli in una situazione così pericolosa.

Era spaventato e avere vicino Ufhus gli avrebbe dato un po’ di sicurezza.
“Haakon”, la voce impetuosa di Grohjon lo raggiunse sovrastando il rumore del mare.
“Sono qui”, rispose tremando di freddo.
Il grosso vichingo dai baffi rossi lo intravide nel dondolio della tempesta. Si avvicinò ed afferrò Haakon per la cinta, sollevandolo, prima di infilarsi sottocoperta.

Una volta all’interno della nave gli impartì degli ordini severi.
“Non muoverti di qui, stiamo imbarcando acqua. Prendi tutto ciò che trovi e cerca di ributtarla fuori, ma per nessun motivo devi uscire sul ponte; le onde sono troppo forti, potresti finire in mare.”
Detto questo uscì di gran fuga; la situazione era tutt’altro che tranquilla.

Haakon raccolse da terra una grossa ciotola di legno con cui poteva fare ben poco, ma non trovava niente di meglio nel buio umido della nave.
Procedeva a tentoni; tutte le lampade erano state spente per paura di far scoppiare un incendio, così la poca luce proveniva dai fulmini che, a ritmo incessante, squarciavano il cielo.
Haakon si chinò sul fondo e utilizzando la ciotola cominciò a buttare l’acqua fuori coperta ma, per ogni dieci ciotole lanciate, giungeva un’ondata che ributtava all’interno della nave una quantità d’acqua maggiore di quella espulsa, vanificando il lavoro.

Ciononostante non si diede per vinto, continuò a buttare fuori acqua, fin quando, stanco ed infreddolito, si fermò per un istante e si rese conto che era completamente zuppo.
Il freddo umido cominciò a penetrargli nelle ossa provocando forti brividi.

La situazione peggiorava di minuto in minuto.

Haakon aveva paura, tanta paura.

Quando si rese conto di quello che stava avvenendo, era tardi. Un’ondata più forte entrò violentemente sottocoperta.
La nave si appoggiò su di un fianco travolta dalla furia del mare.
Haakon perse l’equilibrio e, in men che non si dica, si ritrovò a lottare contro il risucchio dell’acqua che lo trascinava con forza nel mare ululante.

Cercò di aggrapparsi a tutto quello che incontrava, ma qualsiasi presa gli sfuggiva tra le mani e la corsa verso il mare scuro continuava.
Quando l’acqua lo catapultò sul ponte, suo padre lo vide.
Si era legato alla nave per non essere spazzato via, ma non poté nulla contro la furia che aveva avvinghiato Haakon.
Fu un istante. L’acqua gelata lo ricoprì fin sopra la testa bionda, era in mare, lontano dalla nave.

Tra le onde enormi vide la prua ondeggiare prima di sparire alla vista.
Per non affogare si aggrappò ad un grosso tronco; doveva essere una parte dell’albero maestro che il mare aveva sradicato dalla nave.
Cercò si legarvisi come aveva visto fare da suo padre.
Avrebbe voluto piangere, ma sprecare anche un solo briciolo di forza significava morire.

Rimase così, con le onde che lo sballottavano e l’acqua gelata che gli ricopriva ritmicamente la testa.
L’ultima cosa che vide fu il cielo squarciato da un enorme fulmine.
Poi perse i sensi e fu tutto buio.

Quando rinvenne era giorno. La corda lo aveva trattenuto al tronco.
Stava galleggiando. Gli doleva la testa e il corpo era gelato, incapace di qualsiasi movimento.
Non vedeva bene: era tutto offuscato, annebbiato. Sentiva soltanto un dolore lancinante provenire da una gamba.

Prima di perdere nuovamente i sensi, intravide la sagoma di qualcosa che si muoveva nell’acqua e che si avvicinava velocemente…

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Rac e l’incantesimo del solstizio – Fiabe eBook

Raccolta Fiabe 1
L’arcobaleno rubato – Il timoroso fagiolo Giosuè – Rac e l’incantesimo del solstizio

Fiabe ILe scintille del fuoco scoppiettante salivano verso il cielo illuminando la notte del solstizio d’estate.
Freddie pic aggiunse un altro ciocco al fuoco e alzò lo sguardo; era una bella notte, con il cielo limpido e l’aria dolce.
Nel bosco dei fiori si sentivano i versi delle civette e l’odore della resina profumava l’aria.
Probabilmente, se Freddie pic non avesse perso la scommessa con Pucky gran naso, non si sarebbe mai trovato lì.
Nessuno aveva battuto da tempo Pucky gran naso nel gioco dei fiori e Freddie pic avrebbe dovuto ricordarlo.
E forse lo avrebbe fatto se gli abitanti di Millefiori non lo avessero incitato.

Ma ormai era fatta e Freddie pic doveva scontare la penitenza: trascorrere la notte del solstizio d’estate nel bosco dei fiori e, come tutti sapevano, questo significava subire gli scherzi irriverenti di tutti i maghi e le fate dei dintorni.
Così, nella speranza di tenerli lontani, Freddie pic aveva acceso un bel fuoco e si era seduto ad attendere la fine della notte.
L’urlo della civetta lo fece voltare velocemente e tra i rami di un abete vide comparire un lungo mantello rosso.
“Oh! Perbacco!”, esclamò Freddie “Sono già arrivati!”

Ed era proprio vero! Il lungo mantello rosso si mosse verso di lui, animato da una presenza invisibile.
Quando fu a pochi passi dallo spaventato Freddie si fermò, sospeso nell’aria, immobile.
A Freddie venne quasi un colpo, ma non si perse d’animo e afferrò saldamente un bastone con cui difendersi, se fosse stato necessario.
Ma il mantello se ne stava lì immobile, tanto che il buon Freddie cominciò a pensare che lo scherzo magico fosse finito così.
E proprio allora una voce profonda ruppe il silenzio della notte.
“Chi sei e che fai qui nella notte del solstizio?”

Freddie strinse ancor più forte il bastone cercando di non far trapelare il terrore che gli correva lungo la schiena. Quindi con la voce più salda che riuscì a tirar fuori, disse:
“Chi sei tu! Se vuoi che ti risponda, fatti vedere! Non parlo alle voci senza volto!”
Passò qualche istante quindi il mantello si esibì in un elegante inchino e sparì tra i rami da cui era sbucato.
Freddie rimase a bocca aperta; era possibile che la risposta fosse stata così arguta da far scappare il proprietario del mantello magico?
Beh, certo tutto era possibile con fate e maghi, anche se la cosa non lo convinceva.

Così drizzò le orecchie e spalancò gli occhi per cogliere anche il più piccolo segnale ma, a parte lo scoppiettio del fuoco, la notte era calma e silenziosa.
Lentamente, Freddie cominciò a rilassarsi. Si mise a giocherellare con le braci, spostandole con il lungo bastone che aveva scelto per difendersi.
E proprio mentre se ne stava così, perso in pensieri leggeri come nuvole, sentì qualcuno bussargli sulla spalla.
Fece un salto così alto per lo spavento che rischiò di cadere nel fuoco!

Ma, guardando chi lo aveva toccato, la paura si placò. C’era un piccolo mago, alto poco più di un bambino, con il lungo mantello rosso che strisciava a terra…

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Odd-Hart il segreto della radura – Storie eBook

Tutti hanno dei segreti. Nicole ne custodisce uno straordinario, tramandato alle donne della famiglia da sette generazioni. E’ un segreto antico, nascosto tra gli alberi della radura de le petit rouge-gorge. Nel racconto delicato e profondo, a tratti sussurrato, Emma descrive la sua scoperta, rivelando, passo dopo passo, il segreto dell’antica stirpe di custodi.

Odd-HartLe petit rouge-gorge; “il piccolo pettirosso” non era un uccello.
A dispetto del nome, era una casa di campagna, bianca, a due piani, con il tetto di un vistoso rosso acceso.
Forse per questo era stata soprannominata così; una casa vicino ad un bosco, alla fine di una piccola strada di sassi.
Niente città, niente cinema, niente centri commerciali. Niente.
Questo vedevo, in quella mattina di fine agosto, ferma nel centro del cortile, con lo zainetto in spalla ed un mucchio di valigie vicino ai piedi. Avevo 12 anni, i capelli fulvi ed ero appena arrivata.

Chi era l’autore del racconto? Tornò al plico alla ricerca del mittente, ma non vi era indicato nulla. Come era arrivato? Allora sbirciò nel computer, alla ricerca dell’e-mail di presentazione e vide l’indirizzo: emma@hotmail.com.
Emma… pensò.

Ehilà”, l’uomo che mi venne incontro doveva essere uscito dalla stalla. Era piuttosto corpulento con la faccia lunga, i capelli bianchi e qualche filo di paglia ancora attaccato alla tuta verde da lavoro.
“Tu devi essere Emma”.
L’accento era marcato, ma per me che ero nata nella città di confine, era semplice comprendere entrambe le lingue.

L’uomo alzò lo sguardo verso la strada e corrucciò la fronte, “ma ti hanno mandata da sola?”
Senza attendere la risposta, bofonchiò qualche parolaccia, quindi si pulì la mano sulla tuta e me la porse.
“Sono Pirot”.
Contraccambiai il saluto e la sua grossa mano avvolse la mia. Poi mi sorrise con calore.
“Andiamo, tua nonna è in casa”.
Si caricò buona parte delle valigie facendo strada verso l’ingresso.
La chiave era sulla porta, Pirot si pulì le scarpe sul tappetino, aprì e con aria familiare chiamò la padrona di casa.
“Nicole! E’ arrivata!”
Nicole era la mia nonna paterna e dopo l’incidente il parente più prossimo ancora in vita.
Non l’avevo mai vista e, fino ad una settimana prima, non sapevo della sua esistenza, né lei della mia.

I leggeri scricchiolii provenienti dal piano di sopra mi fecero alzare la testa.
Madame Nicole apparve sul pianerottolo in cima alle scale.

Era una donna piuttosto alta, con i capelli di un castagno rossiccio appena spruzzati di grigio e raccolti in un morbido chignon.
I nostri sguardi s’incrociarono. I lineamenti di Nicole erano severi, ma con stupore riconobbi dei tratti molto somiglianti ai miei.
Anche il colore degli occhi, il naso dritto e lo sguardo profondo, rivelavano che, a dispetto del tempo e della lontananza, ero la sua erede.
Lei terminò di scendere le scale e si fermò a pochi passi da me.

“Sono felice del tuo arrivo”, disse semplicemente porgendo la mano in avanti, “vieni, ti mostro la tua nuova casa”.
Esitai un istante prima di accettare.
Lì tutto era nuovo e anche se quella signora era mia nonna, di fatto era una sconosciuta.
Passò qualche secondo, poi misi la mano nella sua e la seguii nella perlustrazione.

Il cuore della casa era una grande cucina con un pesante tavolo di legno che poteva ospitare più di dieci persone.
Il camino antico con la mensola in pietra era abbastanza ampio da contenere un bel tronco.
Era molto diverso dai moderni caminetti di città e dava la sensazione di aver scaldato ben più di una generazione.
A fianco della cucina vi era il soggiorno ed un piccolo bagno ad uso lavanderia.
Le scale salivano al piano superiore partendo dirimpetto alla porta d’ingresso.
Superato il pianerottolo, vi era un piccolo corridoio da cui si accedeva a tre stanze da letto, un bagno ed un ripostiglio per la biancheria.
Tra la mia camera e quella di Nicole posta in fondo, c’era tutto il resto.

“Ti ho sistemata qui perché lungo questo muro corre la canna di sfiuto del camino”, disse sfiorando la parete a destra della porta, “tra non molto farà freddo e ho pensato che il suo calore ti avrebbe fatto piacere”.
Ma quelle parole risultarono alle mie orecchie come un’eco lontana; tutta la mia attenzione era catturata
dalla finestra che si apriva sul tetto rosso.
Da quella altezza si poteva ammirare il magnifico bosco.
Non avevo mai visto una composizione di piante così ordinata; sembrava creata con uno strumento geometrico.
Cinque grossi alberi erano disposti in un cerchio perfetto, all’esterno vi era il bosco fitto ed all’interno una piccola radura.

Per qualche istante, ero stata letteralmente rapita e quando riportai l’attenzione nella stanza, mi accorsi che a Nicole non era sfuggito né lo sguardo, né il mio momento di assenza ed un sorriso enigmatico le era spuntato sulle labbra.

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1883 – Storie eBook

Nella Parigi di fine ottocento, una giovane donna inglese s’immerge nei colori e nei suoni della “Lumiere”.
Nel suo viaggio scoprirà un mondo nuovo ed affascinante ed il suo cuore, per la prima volta, verrà sconvolto dalla passione…

18831883 è inverno.
Parigi è coperta di neve, una carrozza scivola lentamente lungo le strade acciottolate; il fumo denso esce dai comignoli, dalla bocca del cocchiere e dalle narici dei cavalli.
C’è fermento nonostante la neve; il mercato è ricco di suoni e di grida dei banditori.
Gli avventori si apprestano alle merci, ma i prezzi sono alti.
L’inverno quest’anno è stato inclemente; Parigi è assediata dal ghiaccio da circa un mese.
Mancano pochi giorni a Natale ma nessuno sembra ricordarlo. Dal finestrino gelato della carrozza una donna guarda fuori.

I lineamenti sono offuscati dal gelo e dalla condensa, sembra giovane. Il naso è diritto, gli occhi ben proporzionati, ha un viso leggermente ovale.
Il cappellino che indossa e i colori scuri degli abiti non la fanno sembrare una francese, un’inglese piuttosto.
Ha gli occhi rapiti da quanto vede; deve essere per la prima volta a Parigi.
La carrozza s’incanala lentamente e pian piano sparisce alla vista.
Due vie più in là, a ridosso della Senna, in una casa illuminata e frenetica, la giovane donna è attesa.

La Maison de Marguerite
Quando la carrozza giunge davanti al cancello, una signora sulla cinquantina scosta la tenda da una delle finestre.
Scruta verso la strada, richiude velocemente la tenda e ordina al portiere di uscire per aiutare l’ospite in arrivo.
La giovane donna scende dalla carrozza.

E’ coperta con una pesante mantella bordata di pelliccia, ma quando l’aria gelida la avvolge, un brivido la attraversa ugualmente.
Una nuvola di vapore le fuoriesce dalla bocca mentre raccoglie la gonna per evitare che si bagni a contatto con la neve.
Nel gesto morbido gli stivaletti neri appaiono alla vista, rivelando dei piedi minuti, come la struttura.

Il cocchiere s’incarica dei bagagli; il grosso baule indica che si fermerà a Parigi per molto tempo.
La donna guarda la casa illuminata, la luce diurna sta scemando lentamente dal cielo.
Con passo leggero percorre il marciapiede, sale i gradini bianchi e supera il portone.
Un calore l’avvolge e il viso screziato dal freddo percepisce la nuova temperatura.

L’ingresso della casa è ampio e dominato da un grosso lampadario, ai lati della scalinata che conduce al piano superiore, due grossi archi introducono ad altri ambienti.
Il lato destro della casa sembra essere preso da una gran frenesia che indubbiamente la riguarda; in quell’agitazione ha il tempo di osservare per qualche istante la casa senza che nessuno la veda.
La donna ruba con lo sguardo la ricchezza dei particolari; i fiori freschi ai lati della scalinata, quel qualcosa che rende estremamente diverso un ambiente francese, un qualcosa che sembra indubbiamente piacerle.
I suoni che le giungono sono particolari, adeguati all’ambiente…

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